Archive for gennaio 2007

Apnea

30 gennaio 2007

E’ come se avessi perso ogni capacità simbolica. Densa, materica, ottusa, spessa dentro, non riesco più a rappresentare. Uguale a non riuscire a respirare.

Parole-specchi

28 gennaio 2007

Dell’inserto domenicale della Repubblica di solito guardo le figure, che son sempre belle. Ma oggi ho pure letto volentieri qualcosa. Oltre al pezzo amaro di Romagnoli e quello didatticamente sintetico e utile di Rampini, a fermarmi è stato l’estratto da Corrias, perché quella Sardegna lì di Berengo Gardin la vorrei proprio anche per me. Mi tocca. E mi tocca il discorso sull’onestà e la mancanza di trucchi, sull’arte che riduce al minimo l’artificio e prova a negare la riproducibilità, riconoscendo il tempo.

Ed ecco: riconoscere.

Nel post più sotto, quello dell’impegno, c’era qualcosa che volevo mostrare perchè venisse riconosciuto. Ma forse non sono una buona costruttrice di specchi. Allora provo ad aggiungere questo branetto, che ho trovato nel pezzo di Marcoaldi (sempre lì, nell’inserto di Repubblica) sul Viaggio in Italia di Guido Piovene che, a proposito dell'”apparente” politicizzazione del paese, nei primi anni ’60 scriveva, lucido e profetico insieme:

“Esiste infatti un impegno totale, che viene soprattutto dalla poca coscienza reale: mancano i limiti segnati dai veri sentimenti, dalle convinzioni sincere, ci si butta un po’ a capofitto, trasportati dal meccanismo delle idee, dalla loro forza d’inerzia, dai richiami della convenienza”.

27 gennaio 2007

Se è vero che “la poesia è come una stretta di mano”, stasera io ho bisogno di entrambe.

Hai un impegno stasera?

25 gennaio 2007

Nel tempo e nello spazio di corridoio liberi dal lavoro un gruppo di colleghe appoggia cassette di cavoli e di pere, nonchè scatoli di formaggette, yogurth di capra e un paio di coppe. Bolle di accompagnamento planano oltre il mobiletto da ufficio accanto alla macchina del caffè. Fanno parte del gruppo di acquisto che si è adottato il contadino biologico e agrituristico della collinetta dietro casa.

Tre di loro concertano intanto lo spostamento per la cena di beneficenza al turistico-alberghiero: cibo messicano, 35 euri a testa, raccoglie il marito di una, la cui figlia fa parte di una onlus che scambia equo e solidale con una cooperativa del Chiapas. E ci vorrebbe pure qualcuno che martedì desse una mano a svuotare un carico dato in arrivo. Appuntamento al Centro.

Più in là i due attivisti di Amnesty confabulano fitto. Lei si alza e mi viene incontro: so mica se martedì 7 c’è qualche riunione in agenda? c’avrebbe una conferenza importante a proposito di un settore di cui è la sola a occuparsi. Spostarla, nel caso, sarebbe un problema per un sacco di altri. So mica?

La tranquillizzo e, intanto mi guardo intorno. Dove cazzo si è cacciato B.? B. è… non so come chiamarlo, funzionario? Beh, insomma, funzionario volontario o viceversa della Comunità di Sant’Egidio. Era qui un momento fa. Uh, dev’essere di là che parla con il rappresentante del campo nomadi, ora che la gente ha fatto un po’ di casino.

Manca anche R. Ma è comprensibile che la sua verve rifondarola al consiglio di circoscrizione sia un poco spenta, adesso, con quel figlio tutto nuovo e così difficile appena arrivato. Ma ci pensa egregiamente A.B., a fare tutto il lavoro,  lì al pc con la riga delle sue e-mail di attivisti rossoverdi.

A proposito di figli: è un bel po’ che non vedo C. Da quando è finita la buriana mediatica degli affidi bielorussi lo si nota poco, in giro. Appena lo vedo mi farò raccontare di Yuri.

Beh, basta, salgo in auto e torno a casa.  Sul parabrezza guardo la cacca d’uccello scivolata. La poca pioggia non è bastata a lavarla.

Butta la pasta butta la luna butta la lia

20 gennaio 2007

No, dico, come si può non appassionarsi all’incresciosa vicenda capitata alla celebre Lia? Lì dentro c’è tutto, ma proprio tutto, meglio che in un realitisciou, meglio che in una ficsciottivvù, di quelle come Orgoglio o, ancor di più, Butta la luna che è piaciuta tanto alla mia mamma – mio papà invece guarda robe tipo La squadra, lui. E io? Chissòno io, che non guardo la tv perchè passo il tempo in internet, per sentirmi esentata dalla popolare passione del feuilleton, della soap-opera, del romanzone popolare? Io vado a leggermi  la Lia, che era un secolo che non ne sapevo più niente, – perchè la Lia, io, me la devo prendere a piccole dosi, tre post due volte l’anno, lontano dai pasti, perchè uno gnommero enzimatico-ormonale  di contraddizioni intelligenti esplosive e intensive come le sue, ti fa venire la gastrite, ti fa venire, come nei postumi di una sbornia felice.

Tramite il lavorone di aggregatore tematico progressivo fatto dall’ottimo gattostanco, sono arrivata a districarmi un po’ nella trama e, soprattutto, nei temi, e ho scoperto una serie di altri blog che, comprimari nella faccenda, hanno però, ai miei occhi un po’ il ruolo dell’ albero a camme, che, senza, il motore non gira. Ah no, non li linko: non ve lo tolgo il gusto della scoperta.  Anche se qui è un po’ come nei vecchi gialli della vecchia miss marple: inutile depistare e disseminare la storia di falsi indizi, il colpevole è il maggiordomo, lo si sa.

C’è tutto, dicevo, come potrà scoprire chi vuole farlo se si appassiona alla popculture in diretta e sulla propria pelle: amore passione sesso potere carognate colpi di scena agnizioni tradimenti sms e pure i patemi, le commozioni, i fischi e gli applausi del pubblico convenuto. E per i più intelligenti e intellettuali? Perfetto, siore e siori! Per i palati più esigenti, per quelli che non possono sfogliarsi in pace Topolino Chi? o Donnamoderna e nemmeno Famigliacristiana, se non ne danno una lettura socioantropologica, per quelli uguali a questa secchia di filosofemi al pesto che sta scrivendo, ecco qui scodellate:  multiculturalità, politica, società, riflessioni sulle deontologie professionali, sulle questioni morali e le integrazioni culturali, condite con: indignazioni, opinioni pubbliche – esperte e comuni -, covi di vipere e di scorpioni, morsi velenosi e, miei gentili lettori, con un cattivissimo di turno che, combinazione, è un noto giornalista esecrato, furbo, paranoico ed impressionante. 

Non mancano, infine, l’esotismo e il pericolo orientale perchè sempre il pericolo è orientale, che sia rosso oppure giallo, che siano Gog e Magog, che sia Attila o Tamerlano.

E adesso, che l’oriente ce lo abbiamo in casa?

Beh, facciamone un raviolone, ma che sia ripieno, mi raccomando, di pastiera napoletana in salsa araba.

I conti che tornano

11 gennaio 2007

Facevo i conti stamattina. Mica una cosa matematica, così, un po’ a spanna. Come:

– su 30 colleghe circa che hanno più o meno la mia età:

  – 1 è già morta da due anni per un tumore al cervello

  – 1 ha già avuto un cancro al seno

  – 1 ha fatto 2 infarti (l’unica fumatrice, forte. come me)

 – 1 ha avuto un ictus  3 mesi fa

 – 2 hanno sbarellato mentre erano al lavoro in questi primi giorni dopo le feste (una, in cura da uno psichiatra privato, era lì stamattina davanti alla macchinetta del caffè, tutta euforica, l’altra è ricoverata in neurologia da ieri).

Raccontavo dei miei conti, davanti alla macchinetta del caffè anch’io, e dicevo che:

– ho 50 anni

– fumo circa 30 sigarette al giorno

– dormo 6 ore per notte

– ne lavoro (fra rete e fuori) circa 10-12

– nelle altre 6-8 devo fare TUTTO il resto, compresi gli spostamenti in auto.

Il mio collega ghignava e ha raccontato che, quando L. comprò a una svendita un cofanettone di 100 CD di musica classica, mostrandolo tutto felice lì in laboratorio, lui e un altro fecero un conto e scoprirono che L. sarebbe morto prima di ascoltarli tutti. Glielo dissero e L., di colpo, si rabbuiò.

Al ritorno a casa ho notato , nel bel mezzo del posteggio, una cacchina di gatto, pure mezzo spiaccicata. Mentre facevo manovra, ho avuto violenti conati di vomito e, pur nel fastidio quasi da svenire, non smettevo di stupirmi. Io reggo bene le cacche dei gatti, perchè, adesso, invece?

Ho posteggiato e, mentre uscivo dall’auto, consapevole della cacca invisibile sotto la macchina, ho respirato aria fresca (tutte piante, erbe e gemmine, all’intorno) e mi son detta, mentre mi riprendevo,  che, forse, era stato perchè, lungo la strada, dopo aver visto il telegiornale dell’una, mi ero strenuamente difesa dalla vertigine che mi procura il fatto di appartenere al genere umano.

Tanto …

9 gennaio 2007

… stanca!

Sono a meno 5 prima di andare a dormire. Poco più di un’ora di lavoro. Li leggerò come se fossero post e metterò i giudizi come fossero commenti.

Me li fumerò uno per uno.

A tempo debito

5 gennaio 2007

Sto vivendo del tutto al di sopra delle mie possibilità, in pensieri parole opere e, soprattutto, omissioni.

Alcune cose pensate/fatte nelle ultime due ore

5 gennaio 2007

A parte il tempo che sto impiegando per scrivere questo post, ovvio. E seguendo un vago ordine cronologico.

1 – desiderato. Se avessi posto in casa e coraggio e costanza in animo, mi farei la collezione dei camion dei pompieri del mondo di cui ho visto la pubblicità bevendo il caffè

2 – piegato e ripiegato. Calzini, mutande, pantaloni, pigiami, guardata la pila da stirare

3 – pensato: che tanta gente piglia questo bloggare come un gioco, per sminuirlo, ma in realtà è un prendersi gioco dei sentimenti – che qui urgono fortissimi – oppure, se gioco è,  è come il video-poker. Tutt’altro che innocuo e disimpegnativo

4 – fatta e quasi bevuta una seconda caffettiera (da tre); fumate 4 sigarette

5 – letto: un tot di post. scritto: solo un commento. 

6 – provato: a leggere un blog americano a caso, fra quelli segnalati come top. mi hanno colpito i commenti: si trattava di una discussione “da scuola di scrittura” ma completamente differente dai nostri noiosi e irritanti dibattiti da litblog. Nessuna spocchia, nessuna citazione, nessun criticismo da letterati precari e rampanti. Con molta semplicità  si consideravano il tema e lo sviluppo del plot, criticando di volta in volta qualche scelta e suggerendo modifiche oppure valutando positivamente specifici punti. Nessuno, fra quelli che ho letto, ha posto questioni puramente linguistiche e tutti sembrava che discutessero non di un racconto ma, chessòio, di un piatto cucinato che avevano mangiato tutti quanti a una cena fra amici.  Meditate, gente, meditate.

7 – guardato: fuori dalla finestra, all’inizio ogni mezz’ora, adesso ogni due o tre minuti. C’è un gran sole. Senso di colpa.

8 – guardata: l’ora sul monitor. Dapprima ogni mezz’ora. Adesso ogni due-tre minuti. Senso di colpa.

9 – scartato pacchetto nuovo, accesa la quinta sigaretta.

10 – guardato: con struggimento il gatto che dorme sui tubi sotto il calorifero e con desolazione lo studio dove giacciono i libri da leggere (alcuni), i lavori da fare (alcuni), altro

11 – deciso:  di smettere, qui, pensando che l’unica ginnastica che ho fatto è stata far scricchiolare i piedi in aria quando ho buttato da parte le lenzuola, e battermi sulle spalle tendendo le braccia in alto e poi piegandole a scatto con le mani aperte a cadere (ginnastica cinese) mentre, accesa la tivù appena alzata (io, non l’apparecchio), guardavo l’oroscopo del cancro (non è il mio segno)

12 – scritta la parola “cancro”. ripensato: improvvisamente al risveglio, quando ho ripassato il sogno: avevo una pustola sul naso, tutta alonata di rosso, aprivo la bocca e mi guardavo il palato, rosso-viola, anche il labbro superiore. Per fortuna che ho sognato. Allo specchio del bagno ero solo tutta spettinata.

13 – avvertito: il fastidio di non pensare a mio suocero e alla sua chemioterapia. Ammirato (come tutte le mattine): mio marito e la sua serenità nell’andare a lavorare.

14 – ricaricato e acceso il cellulare. Sollievo. Non dovrei collegarmi quando è sotto carica. Isolamento.

15 – riso, pensato, riflettuto, emozionata, parlato, scritto. (dire fare baciare lettera testamento)

16 – rimesse a posto: le stoviglie. pensato: che dovrei rifare la cucina. Nel senso che dovrei proprio buttarla via e comprarne una tutta nuova.

17 – sentito: il maigolio della gatta che si è svegliata. Devo aprire la finestra e farla uscire.

18- controllato l’armadietto dei ravatti e dei detersivi. considerato che devo comprare il repellente per gatti. Anche stamattina ho trovato il territorio ostentatamente segnato sulla persiana della porta finestra che dà sul terrazzo.  Fuori e dentro tutto vive, lento e vivace.

Le ore sono diventate due e mezzo. Buona giornata.

… tengono lini e vecchie mutande

4 gennaio 2007

Lo stato dei miei armadi è deplorevole. Deplorevoli gli armadi, nella loro deplorevole stanzetta. Deplorevole il contenuto. Una mia amica mi ha telefonato ieri sera da una camera vuota di casa sua e la voce faceva eco. Sta facendo un trasloco interno e dice di essere stanca e impolverata fino al midollo. Le credo perché conosco lo stato in cui erano le stanze che ha svuotato in questi giorni di feste. Lei è un’architetta creativa e disordinatissima. Ho visto case piene pienissime ma mai piene pienissime di enormi mucchi come la sua, alcune stanze erano una specie di discarica. Ora, pare, siano vuote e smontate. La sua casa è grande e le pareti sono colorate di blu e arancione. Mi ha illuminato sulla prima regola dell’arredamento: fra pareti chiare il disordine è disordine, fra pareti scure è installazione. In confronto casa mia è una biblioteca svizzera, un collegio teutonico dell’arredo. La situazione deplorevole non si riferisce perciò al disordine ma alla qualità degli oggetti, degli abiti e degli accessori. Stamattina ho acceso la terza lavatrice in due giorni, quella della roba nera e rossa, grigia e arancione. Intanto che va, scrivo. E mi rammarico (“Mi rrammarrrriiiicooo…”) pensando ai pigiamoni della seconda lavatrice che ho appena ritirato dalla stesa, e alla lingerie, si fa per dire, che ho ripiegato. Una sottovestina grigia, ad esempio, in finto raso. Dopotutto carina, ai suoi tempi. Usata pochissimo sembra ancora quasi nuova. Come il bodyno nero di voile e pizzo sintetico. Sono gadgets di capodanno da anni. Si alternano a un corsetto rosso (pizzo sintetico pure quello) col reggicalze incorporato, e a pochi altri arnesi di un periodo in cui facevo la vamp per un paio di tizi sposati. Già il tempo passato è patetico ma se ci aggiungo che era otto chili fa diventa grottesco. Le ultime mutande che ho comprato sono quelle dei sacchetti tre in uno dell’oviesse. Cotone purissimo e di bassa qualità così vanno in lavatrice e poi le butto. Quando si rompono. Non tutte si rompono subito. Per le calze vado solo a collant. Sono passata alle misure XL ma contenitive. Per la mezza stagione sotto i pantaloni funzionano benissimo i gambaletti comprati a chili al supermercato. Confezione famiglia. Le calze nere 15 den da appendere al reggicalze, o le autoreggenti col pizzone elastico le conservo amorosamente in un cassetto, potrebbero servire se dimagrisco e decido che faccio un colpo di vita.Al capitolo vestiti sono da record in due categorie assolutamente opposte: a) due gonnellone scozzesi, una tipo kilt l’altra a piegoni senza portafoglio, che dovrebbero avere circa venticinque anni se non di più. Lana vergine purissima caldissima fortissima, antitarme e antiusura, resistenti a qualunque temperatura meglio del paraflu;  b) un tubo stretto stretto, lungo lungo, nero nero, di vellutino iridescente, completamente smanicato ma accollatissimo, una specie di colletto alla coreana alto per intenderci, con uno spacco sul retro che non so se vi ricordate Cameron Diaz quando esordì nella pubblicità del martini. Roba che sta in due armadi diversi, comunque in fondo. Ora. Scrivo “deplorevole” ma dopotutto me ne pento. Questi armadi sono il riassunto della mia vita e la mia vita non è affatto “deplorevole”. E’ che un po’ c’ho  la sindrome del corredo. Mia madre ha pezzi del suo corredo che non ha mai usato, parlo di lenzuola, mica di copripiega,  e mi fece un corredo che, naturalmente, non ho mai adoperato e che sta ancora nell’armadio a casa dei miei perchè qui non ho certo posto. E un po’ mi affeziono. Il fatto è che  non sono stata proprio formata al consumismo. Non c’ho l’imprinting. Risultato: conservo dei feticci da soffitta della nonna, prendipolvere e privi di fascino se non per me,  e di nuovo compro quasi solo roba da buttare via che però non butto tanto facilmente. Non che non abbia i miei capini  da occasione, per ogni occasione. Ci fossero occasioni.“Non ho niente da mettermi” è una frase che ho mormorato solo qualche volta e a mezza voce. Il mio corpo mi ha sempre assecondato e ha indossato con eleganza qualunque straccetto, dai 15-16 anni in poi, quando mi lagnavo con me stessa perchè “non avevo uno stile”  come invece certe amiche mie che ritenevo di successo. Ma adesso, che è tornata l’epoca di una nuova adolescenza – anzi, di una preadolescenza – adesso, che mi sorprendo a guardare con insistenza certe donne belle e rugose per capire come si può fare a invecchiare con eleganza  (mia madre non fa testo: non è rugosa neppure adesso. Altri tempi, altra tempra), adesso, forse (eddàje, ancora non mi decido), potrei cominciare a parlarmi sul serio e ad alta voce, davanti allo specchio: “Non ho davvero niente da mettermi ????”