A tempo debito

Sto vivendo del tutto al di sopra delle mie possibilità, in pensieri parole opere e, soprattutto, omissioni.

10 Risposte to “A tempo debito”

  1. trimanda Says:

    grazie per il link, ricambiero’, anche se il blog si chiama in un altro modo :)
    t

  2. postilla Says:

    A proposito di omissioni, appunto.
    Nel blogroll, come si vede, tendo a mescolare titoli, anche modificati, e nick, se non coincidono coi titoli. Ma non è questo il punto, e tu lo hai colto, naturalmente. Il titolo del tuo blog mi ha messo in lieve difficoltà: capisco l’uso provocatorio che ne vuoi fare ma, potrei dire con una sintesi brevissima e anche equivocabile (magari sarà possibile riparlarne) che “non è la mia battaglia”, soprattutto perchè ho molte perplessità sulle battaglie identitarie. Indi per cui, non mi andava di attirare coi panni altrui i motori di ricerca :)

  3. PlacidaSignora Says:

    Tre pater ave gloria per le omissioni, figliola. ;-)
    (tornati. alleluya)

  4. trimanda Says:

    Non sente il bisogno di una battaglia identitaria chi ha già diritti consolidati.

  5. trimanda Says:

    O, come dicono i napoletani: “Il sazio non crede al digiuno”

  6. postilla Says:

    Alleluya davvero, Placida!

  7. postilla Says:

    Grande proverbio! E giusta obiezione, pure. La lotta per i diritti richiede sempre un “stringiamoci a coorte” e un appello a un senso di appartenenza ad una categoria. Nel tempo ceto (o stato nella rivoluzione francese), popolo, nazione, classe. Mi sembra, da quello che scrivi, che abbiamo più o meno la stessa età e quindi forse saprai per esperienza come va la storia di certe parole d’ordine, di certe “appartenenze”. Prendi il femminismo, che è quanto di più simile alla battaglia identitaria dei “vecchifroci”: lo vedi come è andata a finire, almeno in Italia. Nella lotta identitaria c’è un punto debole, che rende il momento in cui lo si attraversa molto critico, adolescenziale: si dimentica che l’identità è SEMPRE una costruzione artificiale e si entra sul terreno della controparte, che etichetta il nemico, l’avversario, il bersaglio e ne definisce i confini, li mette a fuoco, per meglio colpirlo. Lo so, è un problema di strategia culturale e politica: se non si accettano certe etichette, il movimento non ha unità; se le si accetta si entra in una parodia dell’avversario, in una scimmiottatura dell’identità. Che fare? Antica domanda.
    Da te, ad esempio, vista la reazione al mio primo commento, non ho avuto cuore di commentare il post sul peso di una madre. Tu ne fai un problema dei gay. Ma lo credi DAVVERO? Beh, non lo è affatto. E questo è un tipico esempio degli equivoci in cui cascano le battaglie identitarie.

  8. giuliana Says:

    torno indietro. vivere al di sopra delle proprie possibilità è un’arte apprezzabilissima, che comprende spesso la capacità di omettere con stile. e avviare strenue battaglie identitarie. tout se tient.
    il problema sorge quando si decide di vivere in linea con le proprie possibilità: il rischio è di confondere quelle [le possibilità] spirituali, emotive, eccetera, con quelle materiali. si aprono voragini di inconsapevolezza, condite da indentità stranite e multiple, in un’eterna ambivalenza che altro non è se non la naturale incoerenza di ogni essere umano davvero umano. ne vale la pena?
    un saluto

  9. aditus Says:

    Stavo leggendo pezzi del tuo blog. Senza mirare a qualcosa, apprezzavo la scrittura e le immagini che ne derivano. Pensavo a come la parola possa rendersi il pennello che dipinge su una non-tela, la sua idea, ma che rende la figura -privata- nelle menti. Oppure a come la parola possa acquisire il suo sgabello da regista e dirigere le immagini di uno scorrere continuo (e, quando serve, fermarsi sul fotogramma per non muoversi più da o verso: solamente in). Poi mi sono fermato, perché erano un po’ tutte delle stronzate. Forse la parola è solo lo stampo, il simbolo, l’archetipo di tutto ciò.
    Continuo a ripassare.

  10. freewriter Says:

    il miglior modo di stare al mondo! almeno, così credo…

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