Archive for marzo 2007

Game over

20 marzo 2007

La mia amica qui sopra se ne resta a giocare quanto vuole la sua regolare infinita partita. Io, che ero venuta a trovarla in un viaggetto d’esplorazione, siccome mi son trovata bene in questi lidi, mi ci son fatta una base e vado a ricongiungermi al mio nick.

Ar’vedars

http://caracaterina.wordpress.com

Syntaxis

11 marzo 2007

La difficoltà di non capirsi! di  sprecare il tempo in pseudospiegazioni che lasciano le cose come stanno quando non le complicano di più. Il dover e-laborare: faticare, travagliare, per tirar fuori (da dove? da dove, cazzo?!) un senso o-g-g-e-t-t-i-v-o  (è qui, è davanti a noi, ma non lo vedi? NON LO VEDI ANCORA???!!!).

Ecco. Ero entrata in rete per non doverlo fare ancora, sempre, di nuovo.  Mi basta farlo sul lavoro, anzi mi brucia, ormai, mi stanca. Questo mettersi in relazione a  questo modo. Così necessario. Così reale.

In rete può essere diverso. Ho potuto parlare scegliendo.  Posso farlo e lo faccio. La libertà è il contrario della necessità, dell’ananke. Non devi per forza caricarti addosso la stupidità altrui (nè devono farlo gli altri nei confronti della tua). Non devi spiegare a chi, almeno adesso, non capisce. Non devi allacciare, sedurre, trascinare, coinvolgere. Non devi importi. Non hai relazioni obbligate dalla prossimità, dalla storia sociale, dal commercio di merci e vicende. Puoi metterti in relazione solo con chi ti piace. Questa privatezza, questa intimità  – che non è quella di scaccolarsi e di ruttare, di fare come se gli altri non ci fossero  o, peggio, come se fossero lì apposta per odorare i tuoi peti, a tua compensazione del tuo povero risentimento – ma di mostrarsi, di esserci e basta, questa privatezza, questa intimità è una garanzia di respiro e di parola.  Qui puoi evitare di mettere i tacchi a spillo, le scarpe strette, di correre in autostrada a 180 all’ora, di sniffare, di competere. Qui puoi STARE.  E scoprire che è reale anche ciò che non è necessario.  E che il virtuale non è una dimensione illusoria ma (per fortuna) un altro modo possibile della realtà. E proprio su questo puoi pure “lavorare”.

Un po’ come una grammatica di congiuntivi senza condizionali. Niente periodo ipotetici. Solo dichiarative. Un’obliquità declinata in tutti i casi.

Una grammatica complessa, certamente non leggibile da chiunque. Eppure studiabile, gestibile. Purchè ci si metta.

C’è chi invece fa della rete solo il doppio della propria esistenza normativa e normale. Chi, anzi, ha proprio PAURA di questa libertà e la mortifica in tutte le maniere, la nega, la violenta, la trasforma in licenza, evita di leggere e si affanna a chiedere e dare spiegazioni.

E più la rete si estende più aumenta il numero di persone incapaci di esercitare il diritto-dovere della libertà.  Anche la rete, adesso, mi stanca. Anche qui, adesso, devi andare con la lanterna di Diogene, a piedi, lentamente, facendoti strada tra la folla, fra il traffico impazzito dell’autostrada. 

Nel buio delle origini poche erano le luci ma si notavano subito. Adesso, l’inquinamento da visibilità rende difficile distinguere i colori.

Si fa sempre più fatica a usare i congiuntivi.

Passages

7 marzo 2007

Più di un mese. Qui sotto CalMa mi implora fra lo stizzito e l’esasperato e aditus mugugna una sorta di rimprovero.  Non scrivo perchè li ho letti. Li ho letti perchè ho riaperto per scrivere. Sentivo il bisogno di distanze dopo tutto questo tempo in cui la pelle mi è cresciuta macchiandosi di nero e di blu per le vicinanze e le necessità di difesa.  Ho scritto poco anche di là, nella casa-madre. Sono stata via e quasi mai  perchè l’ho scelto.

Rientrando a casa prima di questa pioggia ho staccato dei mandarini umidi dalla pianta e ho dato un occhio alla cascata dei gelsomini. Curioso, no? Ora che ho ristabilito le distanze mi è venuto in mente la faccenda dell’odio. In macchina sono stata presa a tradimento dal pensiero dell’unica volta che ho odiato.  Non so ricreare in me quello stato di allora. Un sentimento del genere non è affatto facile a provarsi, solo se capita si comprende quanto sia differente dall’intolleraza esasperata, dalla malevolenza, dal risentimento, dall’insofferenza angosciosa, dall’insopprimibile antipatia, da un raptus col coltello.

Di tutto quel trambusto ricordo solo un’emozione: la sorpresa intensa per questa unicità potente. In definitiva dev’essere questo che accomuna l’odio all’amore.