Archive for the ‘letteratura e società’ Category

Parole-specchi

28 gennaio 2007

Dell’inserto domenicale della Repubblica di solito guardo le figure, che son sempre belle. Ma oggi ho pure letto volentieri qualcosa. Oltre al pezzo amaro di Romagnoli e quello didatticamente sintetico e utile di Rampini, a fermarmi è stato l’estratto da Corrias, perché quella Sardegna lì di Berengo Gardin la vorrei proprio anche per me. Mi tocca. E mi tocca il discorso sull’onestà e la mancanza di trucchi, sull’arte che riduce al minimo l’artificio e prova a negare la riproducibilità, riconoscendo il tempo.

Ed ecco: riconoscere.

Nel post più sotto, quello dell’impegno, c’era qualcosa che volevo mostrare perchè venisse riconosciuto. Ma forse non sono una buona costruttrice di specchi. Allora provo ad aggiungere questo branetto, che ho trovato nel pezzo di Marcoaldi (sempre lì, nell’inserto di Repubblica) sul Viaggio in Italia di Guido Piovene che, a proposito dell'”apparente” politicizzazione del paese, nei primi anni ’60 scriveva, lucido e profetico insieme:

“Esiste infatti un impegno totale, che viene soprattutto dalla poca coscienza reale: mancano i limiti segnati dai veri sentimenti, dalle convinzioni sincere, ci si butta un po’ a capofitto, trasportati dal meccanismo delle idee, dalla loro forza d’inerzia, dai richiami della convenienza”.

La selvaggia acculturata

3 gennaio 2007

lampionaio.jpg

Non so dire se il risveglio di certi ricordi infantili dipenda dall’età dei miei neuroni oppure dalla regressività delle feste che, quest’anno in particolare, ha scoperchiato la biblioteca dimenticata delle mie elementari, oppure, ancora, dal fatto che, forse, aprire un blog mi induce allo scavo e all’esplorazione della soffitta (è accaduto così anche per l’altro, anni fa, ormai).  Ma, insomma, stamattina al risveglio sono stata raggiunta da questa crepa del ricordo che si è fatta strada fino alla coscienza: Il lampionaio, nient’altro che questa parola e l’oscuro sentore di un libro di cui ho dimenticato tutto tranne l’impressione che sia stato un mio libro del cuore.

Ci ho pensato tutto il giorno, a sprazzi, e stasera è partita la ricerca in rete, questa memoria del mondo. Su eBay ho recuperato le copertine di differenti edizioni ma nessuna corrisponde al colore scuro del mio ricordo. Ho scelto questa della Fratelli Fabbri Editori per la plausibilità della data di edizione. Su google ho raccolto notizie sull’autrice, questa pare giustamente dimenticata Maria Susana Cummins, rinfrescata dalle ricerche di gender nelle università americane. E sulla storia, edificante e bigotta più ancora di quella della Alcott.  A giudicare dal profilo della protagonista e dalla rimozione della mia passione, dovevo essere una bambina piuttosto rabbiosa. Mi ci riconosco, in effetti, in quell’aggressività risentita e in quella necessità di tenerla a bada, di diventare quella donnina che mi sono risolta ad essere: sufficientemente capace di scendere a compromessi con il rifiuto della propria volontà di affermarsi. Abbandonare la strada. Entrare nella scuola ed educare  gli altri come gli altri hanno educato te.  A divenire un bonsai.

Quello che mi ha colpito, nel rileggere la trama, è stato il rifiuto del matrimonio con un giovane ricco e fatuo, come accade alla vecchia Jo March. Qualcosa mi dice che fosse il punto chiave della mia identificazione con queste fanciulline ribelli e destinate inevitabilmente a ravvedersi.

Letteratura trash, dicono i sacri testi (i Bramini di Boston detestavano questa genia massiva di scrittrici educative, di queste governanti e istitutrici e filantrope alle quali gli USA in piena guerra di secessione affidarono il ruolo di ricucire lo spirito ferito della nazione. Do you remember La capanna dello Zio Tom? E Via col vento? Se penso a quanto hanno spernacchiato la povera Tamaro …).  Ma, a quanto pare, è proprio a queste letture che si deve, non solo la stabilità identitaria della tradizione borghese, ma la capacità  di fare coraggio e sesso, nonostante tutte le amputazioni e le potature da giardinaggio. Lavoro e cu/oltura: per milioni di donne le due facce della stessa medaglia. Ci credo che mostre musei teatri e conferenze sono pieni di insopportabili professoresse di lettere, in servizio perenne di coltivazione, anche quando vanno in pensione.