Archive for the ‘piccole donne’ Category

Butta la pasta butta la luna butta la lia

20 gennaio 2007

No, dico, come si può non appassionarsi all’incresciosa vicenda capitata alla celebre Lia? Lì dentro c’è tutto, ma proprio tutto, meglio che in un realitisciou, meglio che in una ficsciottivvù, di quelle come Orgoglio o, ancor di più, Butta la luna che è piaciuta tanto alla mia mamma – mio papà invece guarda robe tipo La squadra, lui. E io? Chissòno io, che non guardo la tv perchè passo il tempo in internet, per sentirmi esentata dalla popolare passione del feuilleton, della soap-opera, del romanzone popolare? Io vado a leggermi  la Lia, che era un secolo che non ne sapevo più niente, – perchè la Lia, io, me la devo prendere a piccole dosi, tre post due volte l’anno, lontano dai pasti, perchè uno gnommero enzimatico-ormonale  di contraddizioni intelligenti esplosive e intensive come le sue, ti fa venire la gastrite, ti fa venire, come nei postumi di una sbornia felice.

Tramite il lavorone di aggregatore tematico progressivo fatto dall’ottimo gattostanco, sono arrivata a districarmi un po’ nella trama e, soprattutto, nei temi, e ho scoperto una serie di altri blog che, comprimari nella faccenda, hanno però, ai miei occhi un po’ il ruolo dell’ albero a camme, che, senza, il motore non gira. Ah no, non li linko: non ve lo tolgo il gusto della scoperta.  Anche se qui è un po’ come nei vecchi gialli della vecchia miss marple: inutile depistare e disseminare la storia di falsi indizi, il colpevole è il maggiordomo, lo si sa.

C’è tutto, dicevo, come potrà scoprire chi vuole farlo se si appassiona alla popculture in diretta e sulla propria pelle: amore passione sesso potere carognate colpi di scena agnizioni tradimenti sms e pure i patemi, le commozioni, i fischi e gli applausi del pubblico convenuto. E per i più intelligenti e intellettuali? Perfetto, siore e siori! Per i palati più esigenti, per quelli che non possono sfogliarsi in pace Topolino Chi? o Donnamoderna e nemmeno Famigliacristiana, se non ne danno una lettura socioantropologica, per quelli uguali a questa secchia di filosofemi al pesto che sta scrivendo, ecco qui scodellate:  multiculturalità, politica, società, riflessioni sulle deontologie professionali, sulle questioni morali e le integrazioni culturali, condite con: indignazioni, opinioni pubbliche – esperte e comuni -, covi di vipere e di scorpioni, morsi velenosi e, miei gentili lettori, con un cattivissimo di turno che, combinazione, è un noto giornalista esecrato, furbo, paranoico ed impressionante. 

Non mancano, infine, l’esotismo e il pericolo orientale perchè sempre il pericolo è orientale, che sia rosso oppure giallo, che siano Gog e Magog, che sia Attila o Tamerlano.

E adesso, che l’oriente ce lo abbiamo in casa?

Beh, facciamone un raviolone, ma che sia ripieno, mi raccomando, di pastiera napoletana in salsa araba.

… tengono lini e vecchie mutande

4 gennaio 2007

Lo stato dei miei armadi è deplorevole. Deplorevoli gli armadi, nella loro deplorevole stanzetta. Deplorevole il contenuto. Una mia amica mi ha telefonato ieri sera da una camera vuota di casa sua e la voce faceva eco. Sta facendo un trasloco interno e dice di essere stanca e impolverata fino al midollo. Le credo perché conosco lo stato in cui erano le stanze che ha svuotato in questi giorni di feste. Lei è un’architetta creativa e disordinatissima. Ho visto case piene pienissime ma mai piene pienissime di enormi mucchi come la sua, alcune stanze erano una specie di discarica. Ora, pare, siano vuote e smontate. La sua casa è grande e le pareti sono colorate di blu e arancione. Mi ha illuminato sulla prima regola dell’arredamento: fra pareti chiare il disordine è disordine, fra pareti scure è installazione. In confronto casa mia è una biblioteca svizzera, un collegio teutonico dell’arredo. La situazione deplorevole non si riferisce perciò al disordine ma alla qualità degli oggetti, degli abiti e degli accessori. Stamattina ho acceso la terza lavatrice in due giorni, quella della roba nera e rossa, grigia e arancione. Intanto che va, scrivo. E mi rammarico (“Mi rrammarrrriiiicooo…”) pensando ai pigiamoni della seconda lavatrice che ho appena ritirato dalla stesa, e alla lingerie, si fa per dire, che ho ripiegato. Una sottovestina grigia, ad esempio, in finto raso. Dopotutto carina, ai suoi tempi. Usata pochissimo sembra ancora quasi nuova. Come il bodyno nero di voile e pizzo sintetico. Sono gadgets di capodanno da anni. Si alternano a un corsetto rosso (pizzo sintetico pure quello) col reggicalze incorporato, e a pochi altri arnesi di un periodo in cui facevo la vamp per un paio di tizi sposati. Già il tempo passato è patetico ma se ci aggiungo che era otto chili fa diventa grottesco. Le ultime mutande che ho comprato sono quelle dei sacchetti tre in uno dell’oviesse. Cotone purissimo e di bassa qualità così vanno in lavatrice e poi le butto. Quando si rompono. Non tutte si rompono subito. Per le calze vado solo a collant. Sono passata alle misure XL ma contenitive. Per la mezza stagione sotto i pantaloni funzionano benissimo i gambaletti comprati a chili al supermercato. Confezione famiglia. Le calze nere 15 den da appendere al reggicalze, o le autoreggenti col pizzone elastico le conservo amorosamente in un cassetto, potrebbero servire se dimagrisco e decido che faccio un colpo di vita.Al capitolo vestiti sono da record in due categorie assolutamente opposte: a) due gonnellone scozzesi, una tipo kilt l’altra a piegoni senza portafoglio, che dovrebbero avere circa venticinque anni se non di più. Lana vergine purissima caldissima fortissima, antitarme e antiusura, resistenti a qualunque temperatura meglio del paraflu;  b) un tubo stretto stretto, lungo lungo, nero nero, di vellutino iridescente, completamente smanicato ma accollatissimo, una specie di colletto alla coreana alto per intenderci, con uno spacco sul retro che non so se vi ricordate Cameron Diaz quando esordì nella pubblicità del martini. Roba che sta in due armadi diversi, comunque in fondo. Ora. Scrivo “deplorevole” ma dopotutto me ne pento. Questi armadi sono il riassunto della mia vita e la mia vita non è affatto “deplorevole”. E’ che un po’ c’ho  la sindrome del corredo. Mia madre ha pezzi del suo corredo che non ha mai usato, parlo di lenzuola, mica di copripiega,  e mi fece un corredo che, naturalmente, non ho mai adoperato e che sta ancora nell’armadio a casa dei miei perchè qui non ho certo posto. E un po’ mi affeziono. Il fatto è che  non sono stata proprio formata al consumismo. Non c’ho l’imprinting. Risultato: conservo dei feticci da soffitta della nonna, prendipolvere e privi di fascino se non per me,  e di nuovo compro quasi solo roba da buttare via che però non butto tanto facilmente. Non che non abbia i miei capini  da occasione, per ogni occasione. Ci fossero occasioni.“Non ho niente da mettermi” è una frase che ho mormorato solo qualche volta e a mezza voce. Il mio corpo mi ha sempre assecondato e ha indossato con eleganza qualunque straccetto, dai 15-16 anni in poi, quando mi lagnavo con me stessa perchè “non avevo uno stile”  come invece certe amiche mie che ritenevo di successo. Ma adesso, che è tornata l’epoca di una nuova adolescenza – anzi, di una preadolescenza – adesso, che mi sorprendo a guardare con insistenza certe donne belle e rugose per capire come si può fare a invecchiare con eleganza  (mia madre non fa testo: non è rugosa neppure adesso. Altri tempi, altra tempra), adesso, forse (eddàje, ancora non mi decido), potrei cominciare a parlarmi sul serio e ad alta voce, davanti allo specchio: “Non ho davvero niente da mettermi ????”

La selvaggia acculturata

3 gennaio 2007

lampionaio.jpg

Non so dire se il risveglio di certi ricordi infantili dipenda dall’età dei miei neuroni oppure dalla regressività delle feste che, quest’anno in particolare, ha scoperchiato la biblioteca dimenticata delle mie elementari, oppure, ancora, dal fatto che, forse, aprire un blog mi induce allo scavo e all’esplorazione della soffitta (è accaduto così anche per l’altro, anni fa, ormai).  Ma, insomma, stamattina al risveglio sono stata raggiunta da questa crepa del ricordo che si è fatta strada fino alla coscienza: Il lampionaio, nient’altro che questa parola e l’oscuro sentore di un libro di cui ho dimenticato tutto tranne l’impressione che sia stato un mio libro del cuore.

Ci ho pensato tutto il giorno, a sprazzi, e stasera è partita la ricerca in rete, questa memoria del mondo. Su eBay ho recuperato le copertine di differenti edizioni ma nessuna corrisponde al colore scuro del mio ricordo. Ho scelto questa della Fratelli Fabbri Editori per la plausibilità della data di edizione. Su google ho raccolto notizie sull’autrice, questa pare giustamente dimenticata Maria Susana Cummins, rinfrescata dalle ricerche di gender nelle università americane. E sulla storia, edificante e bigotta più ancora di quella della Alcott.  A giudicare dal profilo della protagonista e dalla rimozione della mia passione, dovevo essere una bambina piuttosto rabbiosa. Mi ci riconosco, in effetti, in quell’aggressività risentita e in quella necessità di tenerla a bada, di diventare quella donnina che mi sono risolta ad essere: sufficientemente capace di scendere a compromessi con il rifiuto della propria volontà di affermarsi. Abbandonare la strada. Entrare nella scuola ed educare  gli altri come gli altri hanno educato te.  A divenire un bonsai.

Quello che mi ha colpito, nel rileggere la trama, è stato il rifiuto del matrimonio con un giovane ricco e fatuo, come accade alla vecchia Jo March. Qualcosa mi dice che fosse il punto chiave della mia identificazione con queste fanciulline ribelli e destinate inevitabilmente a ravvedersi.

Letteratura trash, dicono i sacri testi (i Bramini di Boston detestavano questa genia massiva di scrittrici educative, di queste governanti e istitutrici e filantrope alle quali gli USA in piena guerra di secessione affidarono il ruolo di ricucire lo spirito ferito della nazione. Do you remember La capanna dello Zio Tom? E Via col vento? Se penso a quanto hanno spernacchiato la povera Tamaro …).  Ma, a quanto pare, è proprio a queste letture che si deve, non solo la stabilità identitaria della tradizione borghese, ma la capacità  di fare coraggio e sesso, nonostante tutte le amputazioni e le potature da giardinaggio. Lavoro e cu/oltura: per milioni di donne le due facce della stessa medaglia. Ci credo che mostre musei teatri e conferenze sono pieni di insopportabili professoresse di lettere, in servizio perenne di coltivazione, anche quando vanno in pensione.

Lascia o raddoppia?

2 gennaio 2007

E’ una domanda che mi faccio da molto, a proposito di questo trafficare annoso nell’italica rete dei blog.  E che la soluzione all’asfissia che sto patendo nell’altro sito non sia nell’abbandonare la scrittura di rete ma nel raddoppiarla mi è sembrato lampante e intuitivo al risveglio della mattina di Natale.

Ho cominciato a pensare a un blog semplice, denudato e velato, senza volto ma con un’età ormai rispettabile. Vorrei provare a essere irriverente, adesso. E rabbiosa. E divertita.  Ho scartato decine di titoli, a cominciare dal primo che mi sembrava così rappresentativo e che mi sono portata dietro per giorni, andando perfino a ritroso nella mia vita di ragazzina per ricostruire il percorso di un ciclo di formazione. Riguardava una passione condivisa da intere generazioni almeno fino alla mia (delle nuove non so, potrei pure provare a informarmene presso le mie ragazzine) e, non trovando il film con la Hepburn, a Natale mi sono comprata il dvd con la Sarandon e  Winona Ryder, nonchè l’Einaudi con l’intera collezione dei romanzi sulla famiglia March, visto che la furia iconoclasta dei miei quindici anni mi fece gettar via le mie stralettissime edizioni per ragazze.  Ho trascinato anche lui nella rivisitazione della mia bambinaggine, passando la mattina di Santo Stefano su internet, intorno alla casa degli Alcott.

Ma il passare dei giorni ha corroso il mito del ciclo richiuso e riaperto.

Potevo permettermi ancora oggi, per decidere cosa può fare in un blog una donna che, con la fine del 2006, ha completato la virata intorno alla boa del cinquantenario.

Sembra poco, “ancora oggi”, e invece è un lusso da gran signora, che può lasciare da parte i lavori di casa e pure le sue due professioni, che ha un compagno che la rifocilla all’ora giusta e la ama così tanto da trattarla a radicchio passato in padella e salmone, che ha una casa col sole davanti e tutto il vento fra le frasche d’intorno, che ha un pigiama addosso ancora adesso che son le due e mezza di un pomeriggio di chiacchiere e link.

Nel mio raddoppio con una svolta e senza volto ho deciso di affidarmi a una piattaforma che spero sprovincializzi un poco il clima che si è creato intorno all’altro blog e mi faccio accompagnare da Duchamp, che ho beccato stamattina mentre gioca a scacchi con la signorina Eve Babitz nel Pasadena Museum of Art fin dal lontano 1963, e spero che gli eredi di tutti quanti, compresi quelli del fotografo Julian Wasser, non se la prendano troppo se ho tagliato qualche testa. Quando le regole finiscono, almeno le mie, è il minimo che ci si possa aspettare.