Tanto …

9 gennaio 2007

… stanca!

Sono a meno 5 prima di andare a dormire. Poco più di un’ora di lavoro. Li leggerò come se fossero post e metterò i giudizi come fossero commenti.

Me li fumerò uno per uno.

A tempo debito

5 gennaio 2007

Sto vivendo del tutto al di sopra delle mie possibilità, in pensieri parole opere e, soprattutto, omissioni.

Alcune cose pensate/fatte nelle ultime due ore

5 gennaio 2007

A parte il tempo che sto impiegando per scrivere questo post, ovvio. E seguendo un vago ordine cronologico.

1 – desiderato. Se avessi posto in casa e coraggio e costanza in animo, mi farei la collezione dei camion dei pompieri del mondo di cui ho visto la pubblicità bevendo il caffè

2 – piegato e ripiegato. Calzini, mutande, pantaloni, pigiami, guardata la pila da stirare

3 – pensato: che tanta gente piglia questo bloggare come un gioco, per sminuirlo, ma in realtà è un prendersi gioco dei sentimenti – che qui urgono fortissimi – oppure, se gioco è,  è come il video-poker. Tutt’altro che innocuo e disimpegnativo

4 – fatta e quasi bevuta una seconda caffettiera (da tre); fumate 4 sigarette

5 – letto: un tot di post. scritto: solo un commento. 

6 – provato: a leggere un blog americano a caso, fra quelli segnalati come top. mi hanno colpito i commenti: si trattava di una discussione “da scuola di scrittura” ma completamente differente dai nostri noiosi e irritanti dibattiti da litblog. Nessuna spocchia, nessuna citazione, nessun criticismo da letterati precari e rampanti. Con molta semplicità  si consideravano il tema e lo sviluppo del plot, criticando di volta in volta qualche scelta e suggerendo modifiche oppure valutando positivamente specifici punti. Nessuno, fra quelli che ho letto, ha posto questioni puramente linguistiche e tutti sembrava che discutessero non di un racconto ma, chessòio, di un piatto cucinato che avevano mangiato tutti quanti a una cena fra amici.  Meditate, gente, meditate.

7 – guardato: fuori dalla finestra, all’inizio ogni mezz’ora, adesso ogni due o tre minuti. C’è un gran sole. Senso di colpa.

8 – guardata: l’ora sul monitor. Dapprima ogni mezz’ora. Adesso ogni due-tre minuti. Senso di colpa.

9 – scartato pacchetto nuovo, accesa la quinta sigaretta.

10 – guardato: con struggimento il gatto che dorme sui tubi sotto il calorifero e con desolazione lo studio dove giacciono i libri da leggere (alcuni), i lavori da fare (alcuni), altro

11 – deciso:  di smettere, qui, pensando che l’unica ginnastica che ho fatto è stata far scricchiolare i piedi in aria quando ho buttato da parte le lenzuola, e battermi sulle spalle tendendo le braccia in alto e poi piegandole a scatto con le mani aperte a cadere (ginnastica cinese) mentre, accesa la tivù appena alzata (io, non l’apparecchio), guardavo l’oroscopo del cancro (non è il mio segno)

12 – scritta la parola “cancro”. ripensato: improvvisamente al risveglio, quando ho ripassato il sogno: avevo una pustola sul naso, tutta alonata di rosso, aprivo la bocca e mi guardavo il palato, rosso-viola, anche il labbro superiore. Per fortuna che ho sognato. Allo specchio del bagno ero solo tutta spettinata.

13 – avvertito: il fastidio di non pensare a mio suocero e alla sua chemioterapia. Ammirato (come tutte le mattine): mio marito e la sua serenità nell’andare a lavorare.

14 – ricaricato e acceso il cellulare. Sollievo. Non dovrei collegarmi quando è sotto carica. Isolamento.

15 – riso, pensato, riflettuto, emozionata, parlato, scritto. (dire fare baciare lettera testamento)

16 – rimesse a posto: le stoviglie. pensato: che dovrei rifare la cucina. Nel senso che dovrei proprio buttarla via e comprarne una tutta nuova.

17 – sentito: il maigolio della gatta che si è svegliata. Devo aprire la finestra e farla uscire.

18- controllato l’armadietto dei ravatti e dei detersivi. considerato che devo comprare il repellente per gatti. Anche stamattina ho trovato il territorio ostentatamente segnato sulla persiana della porta finestra che dà sul terrazzo.  Fuori e dentro tutto vive, lento e vivace.

Le ore sono diventate due e mezzo. Buona giornata.

… tengono lini e vecchie mutande

4 gennaio 2007

Lo stato dei miei armadi è deplorevole. Deplorevoli gli armadi, nella loro deplorevole stanzetta. Deplorevole il contenuto. Una mia amica mi ha telefonato ieri sera da una camera vuota di casa sua e la voce faceva eco. Sta facendo un trasloco interno e dice di essere stanca e impolverata fino al midollo. Le credo perché conosco lo stato in cui erano le stanze che ha svuotato in questi giorni di feste. Lei è un’architetta creativa e disordinatissima. Ho visto case piene pienissime ma mai piene pienissime di enormi mucchi come la sua, alcune stanze erano una specie di discarica. Ora, pare, siano vuote e smontate. La sua casa è grande e le pareti sono colorate di blu e arancione. Mi ha illuminato sulla prima regola dell’arredamento: fra pareti chiare il disordine è disordine, fra pareti scure è installazione. In confronto casa mia è una biblioteca svizzera, un collegio teutonico dell’arredo. La situazione deplorevole non si riferisce perciò al disordine ma alla qualità degli oggetti, degli abiti e degli accessori. Stamattina ho acceso la terza lavatrice in due giorni, quella della roba nera e rossa, grigia e arancione. Intanto che va, scrivo. E mi rammarico (“Mi rrammarrrriiiicooo…”) pensando ai pigiamoni della seconda lavatrice che ho appena ritirato dalla stesa, e alla lingerie, si fa per dire, che ho ripiegato. Una sottovestina grigia, ad esempio, in finto raso. Dopotutto carina, ai suoi tempi. Usata pochissimo sembra ancora quasi nuova. Come il bodyno nero di voile e pizzo sintetico. Sono gadgets di capodanno da anni. Si alternano a un corsetto rosso (pizzo sintetico pure quello) col reggicalze incorporato, e a pochi altri arnesi di un periodo in cui facevo la vamp per un paio di tizi sposati. Già il tempo passato è patetico ma se ci aggiungo che era otto chili fa diventa grottesco. Le ultime mutande che ho comprato sono quelle dei sacchetti tre in uno dell’oviesse. Cotone purissimo e di bassa qualità così vanno in lavatrice e poi le butto. Quando si rompono. Non tutte si rompono subito. Per le calze vado solo a collant. Sono passata alle misure XL ma contenitive. Per la mezza stagione sotto i pantaloni funzionano benissimo i gambaletti comprati a chili al supermercato. Confezione famiglia. Le calze nere 15 den da appendere al reggicalze, o le autoreggenti col pizzone elastico le conservo amorosamente in un cassetto, potrebbero servire se dimagrisco e decido che faccio un colpo di vita.Al capitolo vestiti sono da record in due categorie assolutamente opposte: a) due gonnellone scozzesi, una tipo kilt l’altra a piegoni senza portafoglio, che dovrebbero avere circa venticinque anni se non di più. Lana vergine purissima caldissima fortissima, antitarme e antiusura, resistenti a qualunque temperatura meglio del paraflu;  b) un tubo stretto stretto, lungo lungo, nero nero, di vellutino iridescente, completamente smanicato ma accollatissimo, una specie di colletto alla coreana alto per intenderci, con uno spacco sul retro che non so se vi ricordate Cameron Diaz quando esordì nella pubblicità del martini. Roba che sta in due armadi diversi, comunque in fondo. Ora. Scrivo “deplorevole” ma dopotutto me ne pento. Questi armadi sono il riassunto della mia vita e la mia vita non è affatto “deplorevole”. E’ che un po’ c’ho  la sindrome del corredo. Mia madre ha pezzi del suo corredo che non ha mai usato, parlo di lenzuola, mica di copripiega,  e mi fece un corredo che, naturalmente, non ho mai adoperato e che sta ancora nell’armadio a casa dei miei perchè qui non ho certo posto. E un po’ mi affeziono. Il fatto è che  non sono stata proprio formata al consumismo. Non c’ho l’imprinting. Risultato: conservo dei feticci da soffitta della nonna, prendipolvere e privi di fascino se non per me,  e di nuovo compro quasi solo roba da buttare via che però non butto tanto facilmente. Non che non abbia i miei capini  da occasione, per ogni occasione. Ci fossero occasioni.“Non ho niente da mettermi” è una frase che ho mormorato solo qualche volta e a mezza voce. Il mio corpo mi ha sempre assecondato e ha indossato con eleganza qualunque straccetto, dai 15-16 anni in poi, quando mi lagnavo con me stessa perchè “non avevo uno stile”  come invece certe amiche mie che ritenevo di successo. Ma adesso, che è tornata l’epoca di una nuova adolescenza – anzi, di una preadolescenza – adesso, che mi sorprendo a guardare con insistenza certe donne belle e rugose per capire come si può fare a invecchiare con eleganza  (mia madre non fa testo: non è rugosa neppure adesso. Altri tempi, altra tempra), adesso, forse (eddàje, ancora non mi decido), potrei cominciare a parlarmi sul serio e ad alta voce, davanti allo specchio: “Non ho davvero niente da mettermi ????”

Francamente, non me ne infischio

3 gennaio 2007

Mi secca proprio non riuscire a capire come funzionano le cose su questa piattaforma.  I Top Blogs del Blog of the day, ad esempio.  Guardo solo quelli in italiano e mi chiedo come sia possibile che fra i primi cento (ma quanti sono, ad esempio, quelli in italiano, dico, c’è un posto dove stia scritto?) ce ne stia uno dedicato alla messa con rito tridentino che, fra l’altro, non ha un commento. Ma che criteri usano qui a wordpress?

E poi. Come li aggiornano i tag?

Come si fa ad aggregarsi? Dove sono tutti quanti?

Senza contare che non riesco a far funzionare come vorrei il template. D’accordo: dopo tanti anni sono e resto una capra informatica. E adesso pure una particella di sodio.

La selvaggia acculturata

3 gennaio 2007

lampionaio.jpg

Non so dire se il risveglio di certi ricordi infantili dipenda dall’età dei miei neuroni oppure dalla regressività delle feste che, quest’anno in particolare, ha scoperchiato la biblioteca dimenticata delle mie elementari, oppure, ancora, dal fatto che, forse, aprire un blog mi induce allo scavo e all’esplorazione della soffitta (è accaduto così anche per l’altro, anni fa, ormai).  Ma, insomma, stamattina al risveglio sono stata raggiunta da questa crepa del ricordo che si è fatta strada fino alla coscienza: Il lampionaio, nient’altro che questa parola e l’oscuro sentore di un libro di cui ho dimenticato tutto tranne l’impressione che sia stato un mio libro del cuore.

Ci ho pensato tutto il giorno, a sprazzi, e stasera è partita la ricerca in rete, questa memoria del mondo. Su eBay ho recuperato le copertine di differenti edizioni ma nessuna corrisponde al colore scuro del mio ricordo. Ho scelto questa della Fratelli Fabbri Editori per la plausibilità della data di edizione. Su google ho raccolto notizie sull’autrice, questa pare giustamente dimenticata Maria Susana Cummins, rinfrescata dalle ricerche di gender nelle università americane. E sulla storia, edificante e bigotta più ancora di quella della Alcott.  A giudicare dal profilo della protagonista e dalla rimozione della mia passione, dovevo essere una bambina piuttosto rabbiosa. Mi ci riconosco, in effetti, in quell’aggressività risentita e in quella necessità di tenerla a bada, di diventare quella donnina che mi sono risolta ad essere: sufficientemente capace di scendere a compromessi con il rifiuto della propria volontà di affermarsi. Abbandonare la strada. Entrare nella scuola ed educare  gli altri come gli altri hanno educato te.  A divenire un bonsai.

Quello che mi ha colpito, nel rileggere la trama, è stato il rifiuto del matrimonio con un giovane ricco e fatuo, come accade alla vecchia Jo March. Qualcosa mi dice che fosse il punto chiave della mia identificazione con queste fanciulline ribelli e destinate inevitabilmente a ravvedersi.

Letteratura trash, dicono i sacri testi (i Bramini di Boston detestavano questa genia massiva di scrittrici educative, di queste governanti e istitutrici e filantrope alle quali gli USA in piena guerra di secessione affidarono il ruolo di ricucire lo spirito ferito della nazione. Do you remember La capanna dello Zio Tom? E Via col vento? Se penso a quanto hanno spernacchiato la povera Tamaro …).  Ma, a quanto pare, è proprio a queste letture che si deve, non solo la stabilità identitaria della tradizione borghese, ma la capacità  di fare coraggio e sesso, nonostante tutte le amputazioni e le potature da giardinaggio. Lavoro e cu/oltura: per milioni di donne le due facce della stessa medaglia. Ci credo che mostre musei teatri e conferenze sono pieni di insopportabili professoresse di lettere, in servizio perenne di coltivazione, anche quando vanno in pensione.

Sospensioni

2 gennaio 2007

Niente di meglio che rompere il cerchio dei soliti noti e farsi un bel tour fra gli sconosciuti della nuova community per poter apprezzare di nuovo quella vecchia.

Ancora una volta, nonostante abbia trovato qualche sito assai interessante che frequenterò con piacere, la blogosfera mi ha delusa. E se il gruppo da cui vengo e che mi stava fagocitando è quello più rappresentativo che c’è – a mia conoscenza,  è scontato – non è che ci sia da stare allegri.

Credo che dovrò trascinare da questa parte un bel po’ di link, magari di quelli che non mostro di là.

E cominciare categorie nuove. Qualche giorno ancora, un po’ di ambientamento, e poi li dovrò pur mettere i piedi nel piatto.

E’ un mondo grandissimo, questo. Da un giorno intero sto girando e ogni volta che mi connetto alla pagina principale scopro che decine di blog sono stati creati nel frattempo. Eppure, credo che nessuno nessuno sia rintracciabile alla tag climaterio.

Lascia o raddoppia?

2 gennaio 2007

E’ una domanda che mi faccio da molto, a proposito di questo trafficare annoso nell’italica rete dei blog.  E che la soluzione all’asfissia che sto patendo nell’altro sito non sia nell’abbandonare la scrittura di rete ma nel raddoppiarla mi è sembrato lampante e intuitivo al risveglio della mattina di Natale.

Ho cominciato a pensare a un blog semplice, denudato e velato, senza volto ma con un’età ormai rispettabile. Vorrei provare a essere irriverente, adesso. E rabbiosa. E divertita.  Ho scartato decine di titoli, a cominciare dal primo che mi sembrava così rappresentativo e che mi sono portata dietro per giorni, andando perfino a ritroso nella mia vita di ragazzina per ricostruire il percorso di un ciclo di formazione. Riguardava una passione condivisa da intere generazioni almeno fino alla mia (delle nuove non so, potrei pure provare a informarmene presso le mie ragazzine) e, non trovando il film con la Hepburn, a Natale mi sono comprata il dvd con la Sarandon e  Winona Ryder, nonchè l’Einaudi con l’intera collezione dei romanzi sulla famiglia March, visto che la furia iconoclasta dei miei quindici anni mi fece gettar via le mie stralettissime edizioni per ragazze.  Ho trascinato anche lui nella rivisitazione della mia bambinaggine, passando la mattina di Santo Stefano su internet, intorno alla casa degli Alcott.

Ma il passare dei giorni ha corroso il mito del ciclo richiuso e riaperto.

Potevo permettermi ancora oggi, per decidere cosa può fare in un blog una donna che, con la fine del 2006, ha completato la virata intorno alla boa del cinquantenario.

Sembra poco, “ancora oggi”, e invece è un lusso da gran signora, che può lasciare da parte i lavori di casa e pure le sue due professioni, che ha un compagno che la rifocilla all’ora giusta e la ama così tanto da trattarla a radicchio passato in padella e salmone, che ha una casa col sole davanti e tutto il vento fra le frasche d’intorno, che ha un pigiama addosso ancora adesso che son le due e mezza di un pomeriggio di chiacchiere e link.

Nel mio raddoppio con una svolta e senza volto ho deciso di affidarmi a una piattaforma che spero sprovincializzi un poco il clima che si è creato intorno all’altro blog e mi faccio accompagnare da Duchamp, che ho beccato stamattina mentre gioca a scacchi con la signorina Eve Babitz nel Pasadena Museum of Art fin dal lontano 1963, e spero che gli eredi di tutti quanti, compresi quelli del fotografo Julian Wasser, non se la prendano troppo se ho tagliato qualche testa. Quando le regole finiscono, almeno le mie, è il minimo che ci si possa aspettare.